Un immaginario artistico talmente pieno ed elevato da muoversi ben oltre i confini della musica leggera; una capacità di codificare i sentimenti umani così raffinato e così fantasioso da superare i canoni convenzionali della cultura cosiddetta “pop”. Un mix di creatività e genio che ancora oggi fanno immaginare a chi in Russia non c’è mai stato, una strada di San Pietroburgo piena zeppa di idee, spunti, inquadrature, note, parole, persino dipinti. Un bel traffico d’ispirazione, così diverso da quello intossicante e banale in cui molta parte della cultura artistica italiana s’è infilata, senza dover arrivare fin sulla Prospettiva Nevskij.

Franco Battiato è un musicista, un compositore, un regista, un artista a tutto tondo. Ha affascinato cantautori come Gaber, irritato i critici benpensanti di un’Italia che a cavallo tra gli anni ’70 e gli ’80 stava cercando una sua dimensione artistica che varcasse i confini conosciuti del belcanto, della canzone popolare, dei conflitti ideologici sul ventennio e di quelli religiosi sulla politica, a DC piacendo. E dalla Sicilia, notoriamente terra di bellezza e di passione, la voce particolare e la vena creativa di Battiato arrivò come uno Tsunami: nella nebbiosa Milano, città in cui si era trasferito dopo la morte del padre, aveva cominciato a preparare le sue armi di rivoluzione culturale mascherandosi da musicista strimpellatore nei cabaret, nascondendosi dietro l’ombra di Jannacci, Pozzetto e Toffolo senza rendersi conto che era impossibile non notare la sua verve creativa e originale. Gaber lo prese sotto la sua ala protettiva e da lì fu impossibile arginare la sua pienezza: prima divenne un cantautore e un compositore, poi ricercò le frontiere dell’avanguardia colta, lui che amava ascoltare Stravinskij e Beethoven, cercando di mostrare al pubblico come fosse facile e quasi normale mischiare elementi classici con quelli elettronici, parole di forte impegno politico con il romanticismo, l’estetica dodecafonica di certi estremi musicali insieme al piacere di cercare un centro di gravità permanente su una pista da ballo.

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Impossibile sintetizzare una vita di impegno artistico così densa ed elevata: Francesco Battiato che diventa Franco per simpatia con l’amico Guccini, Francesco Battiato allievo di Stockhausen e compositore per Alice, Francesco Battiato che scrive opere musicali dove il teatro s’incontra con la musica, Francesco Battiato che studia le filosofie orientali e che ammalia filosofi come Sgalambro, diventato suo paroliere. Anche se forse Francesco Battiato di filosofia ne sapeva parecchio anche di suo; ma una delle sue grandi virtù è sempre stata la capacità di circondarsi di artisti di alto livello e di grande complementarietà con le sue idee.

Idee talmente rivoluzionarie da disorientare i critici italiani, troppo preoccupati di accusarlo di espressionismo politico, mentre la rivista Rolling Stone in America inseriva “La voce del padrone”, il capolavoro che da Gurdjeff a Caetano Veloso non ha mai sventolato “Bandiera Bianca” di fronte al successo, nei 100 album italiani più belli di ogni tempo.

Poi bisognerebbe ricordare i suoi exploit cinematografici “Perdutoamor” e “Musikanten”, che gli valgono premi e riconoscimenti internazionali, così come i suoi dipinti, apprezzati anche dalla critica internazionale e interpretati come molto vicini ad uno stile “neobizantino”. C’è tanta voglia di analizzare il passato, in Battiato, perché il futuro è un puzzle i cui tasselli mancanti sono sparpagliati nelle pieghe del tempo trascorso; solo chi ha l’umiltà e la preparazione necessaria a scovarli, però, può ambire a ricostruire quel puzzle.

Ogni paragrafo contiene una peculiarità dell’artista, e alla fine ci si accorgerà che forse si è dimenticato qualcosa; ad esempio Franco Battiato è anche stato assessore alla cultura nella sua Sicilia, carica che ha rivestito per poco tempo perché si sa, chi ha geni roteanti e sempre alla ricerca di un miglioramento e di un futuro diverso non può convivere nei gangli antichi ed immobili della politica. Ma nonostante ciò, la sua personalità sconfinata e sconfinante è arrivata anche lì, sancendo ulteriormente (se mai ce ne fosse stato bisogno) la sua libertà artistica e culturale impossibile da sintetizzare in un contesto, una vita. Figuriamoci un articolo.

Restiamo dunque al centro di gravità permanente, senza mai alzare bandiera bianca, e applaudendo alla storia di un grande musicista diventato artista in molti modi (e mondi) diversi: chissà se anche Igor Stravinskij starà pensando con entusiasmo a quell’incontro con Franco Battiato sulla trafficata e colorata Prospettiva Nevski.

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